Consulenza strategica e innovazione
Se ha bisogno di idee genuine e solidi consigli, si rivolga al nostro team forte di anni d'esperienza e di un nome sui quali potrà sempre contare. Le saremo accanto per aiutarla passo dopo passo.
NEWS
Si rafforza il nostro servizio di logistica.
09 giugno 2025
A partire da oggi si rafforza la nostra proposta dal punto di vista logistico!
Grazie alla partnership conclusa con Arconatese spedizioni, il nostro servizio logistico mette a disposizione ulteriori 4000 mq destinati ai servizi di logistica, magazzinaggio (inclusa la preparazione di ordini e la preparazione e montaggio di kit o parti specifiche), gestione ordinativi di ogni tipo sia su piattaforme web che direttamente, la proposta in questione si rivolge, soprattutto a materiale industriale e civile, e si va ad integrare ai numerosi altri servizi erogati con partnership già consolidate (rivolte soprattutto a prodotti di cosmetica, con possibilità di stock e distribuzione capi appesi).
A tutto questo si aggiunge un nuovo servizio di trasporti e distribuzione, dal singolo pacchetto al trasporto FCL.
Rimane sempre attivo il servizio di richiesta del certificato telematico (origine e tutti i certificati ottenibili dalle CCIAA) il quale include la possibilità di invio di questo certificato (file) tramite mail al richiedente, di stampa ed invio cartaceo mezzo corriere espresso oppure, se richiesto, di invio contestuale direttamente al compratore od alla dogana referente, forniamo inoltre assistenza per l'ottenimento della marcatura CE, tramite staff ingegneristico dedicato, sia di merce industriale, cosmetica, che di deposito come Dispositivo Medico.
Contattateci per eventuali costi del servizio.
Quanto sopra si aggiunge alle consolidate attività di consulenza e formazione in materia di internazionalizzazione aziendale, doganale e logistica, sia in merito alla logistica integrata che in merito ai trasporti, nazionali ed internazionali, individuazione corrette tariffe doganali, creazione e/o formazione di team aziendali in materia doganale, origine della merce ed assistenza riguardo la richiesta di pratiche ed istanze presso la dogana nonchè dell'iter di esportatore autorizzato ed AEO, assistenza nelle procedure IVO, ITV, REX, CE e CBAM, il servizio di assistenza legale in caso di contenziosi doganali e il servizio di recupero e validazione MRN.
In caso di interesse potete contattarci, senza impegno e risponderemo ad ogni vostra particolare richiesta, per ulteriori informazioni non esitate a scriverci!
https://mmconsulting.jimdosite.com/contatti/
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Nuovo servizio di recupero e validazione MRN
14 febbraio 2025
Di seguito a numerose richieste da parte della clientela, verrà avviato dal 1 marzo 2025 un nuovo servizio di monitoraggio, recupero e conservazione tracciati doganali di importazione ed esportazione, con conseguente validazione del codice MRN (Visto uscire).
Lo studio, oltre al servizio di cui sopra, propone anche diversi tool attivabili su richiesta che facilitano la gestione documentale e snelliscono la comunicazione con l'ente preposto ai controlli ed all'emissione dei documenti ufficiali di entrata ed uscita di merce dal territorio dell'Unione Europea.
Ove la Vs. struttura aziendale disponga già di risorse preposte a queste attività è possibile anche attivare account per la gestione interna diretta degli obblighi di cui sopra.
Il costo del servizio, su base abbonamento annuale, varia in base ai tool richiesti ed ai documenti/anno gestiti, rimanendo comunque estremamente affidabile e concorrenziale in termini di prezzo.
Ove interessati, oppure solamente per manifestare interesse o chiedere informazioni
“Aspettando le disposizioni complementari al Testo Unico Doganale (TULD) ”
Fonte : Il giornale delle PMI
30 settembre 2024
A seguito dell’approvazione definitiva da parte del Consiglio dei Ministri delle modifiche al Testo Unico Doganale (TULD), che segue di un anno la Legge delega fiscale, emergono alcune criticità che pongono il testo in contrasto con la direzione che l’Unione Europea sta prendendo a seguito dell’approvazione della Riforma dell’Unione Doganale.
L’analisi del nuovo schema di decreto legislativo – che introduce disposizioni complementari al Codice Doganale dell’Unione e una revisione del sistema sanzionatorio in materia di accise e imposte indirette – lascia emergere una serie di problematiche che rischiano di aggravare, piuttosto che semplificare, il rapporto tra imprese e dogane.
“Abbiamo osservato una disconnessione tra il testo e la realtà operativa delle aziende. La normativa, seppur ambiziosa nelle intenzioni, sembra orientata più a servire le esigenze dell’amministrazione flnanziaria che a sempliflcare le attività delle imprese. Si tratta di un approccio che ordina, piuttosto che dialogare con chi opera sul campo”, affermano Lucia Iannuzzi e Paolo Massari, consulenti doganali.
Il Direttore Generale dell’Agenzia delle Dogane, Roberto Alesse, ha descritto la riforma come un “ponte verso l’Europa”. Ed in effetti l’Europa, con l’approvazione lo scorso anno della Riforma dell’Unione Doganale ha segnato una svolta verso la digitalizzazione e semplificazione dei processi, la centralizzazione delle informazione grazie ad un data hub in grado di raccogliere e rendere facilmente reperibili dati con margini di errore minimi, l’apertura verso l’e-commerce, con una tassazione agevolata per prodotti con un valore relativamente basso.
Come si muovono invece le nuove disposizioni che modificano il Testo Unico nazionale?
Le modifiche al testo unico inaspriscono le sanzioni del contrabbando per dichiarazioni infedeli o omesse, non tenendo conto delle complessità operative del commercio moderno.
L’inclusione dell’IVA tra i cosiddetti “diritti di confine”, appare in contrasto con l’orientamento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che fin dal 1988 ha chiarito che l’IVA non dovrebbe essere considerata un diritto di confine.
“La nuova normativa agisce sull’oggetto – l’imposta – anziché sul soggetto responsabile, e ciò crea un potenziale conflitto con le giurisdizioni europee, complicando ulteriormente la vita delle aziende”, spiegano i consulenti.
Un altro aspetto critico riguarda le importazioni di beni destinati a Paesi UE, per le quali la dogana potrà richiedere garanzie che verranno trattenute se non verrà fornita entro 45 giorni la prova documentale dell’avvenuto trasferimento. “Questa disposizione sembra riproporre dinamiche operative ormai superate, con il rischio di un ritorno alla rigidità burocratica del 1993”, sottolineano Iannuzzi e Massari.
“La strada verso l’Europa richiede una dogana più snella, aperta e allineata con le esigenze del tessuto produttivo nazionale”, aggiungono i due esperti.
E in effetti, al tessuto economico del nostro Paese serve una riforma che rappresenti un passo avanti verso una dogana moderna, che cooperi con le imprese e che riconosca il valore della formazione continua e della competenza pratica. Le nuove disposizioni, invece, sembrano mantenere lo status quo, innalzando barriere e ostacoli amministrativi.
Si attende ora la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, nella speranza che modifiche dell’ultimo minuto possano migliorare un testo problematico.
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“Le rese ex works uno specchietto per le allodole”
Fonte : SupplyChain Italy
13 marzo 2024
Le rese ex works – in cui cioè il venditore non è tenuto a occuparsi del carico delle merci nel vettore scelto dal compratore, né a sostenere i costi per lo sdoganamento all’esportazione – possono sembrare la soluzione più comoda per vendere i propri prodotti all’estero, ma spesso si rivelano solo “uno specchietto per le allodole” che nella realtà “nasconde molte incertezze”. A dirlo, nel corso di un convegno interamente dedicato a questo tema organizzato da Aice (Associazione Italiana Commercio Estero), è stata Roberta Saporiti di Vibram Spa, che in una frase ha sintetizzato una posizione espressa pressoché in tutti gli interventi precedenti al suo.
Sul tema l’azienda varesina, produttrice di suole in gomma che esporta in tutto il mondo (con ricavi da vendite pari per il 2022 a 322 milioni di euro) ha acquisito consapevolezza già da tempo, fino ad avviare tre anni fa un percorso per rivedere questa impostazione, che appunto già mostrava una serie di criticità. Tra i limiti, ha evidenziato Saporiti, innanzitutto l’assenza di controllo sullo spedizioniere e sulla spedizione, le incertezze sulle responsabilità nel caricamento del mezzo che viene a ritirare la merce, ma l’impossibilità di offrire un customer service adeguato e le difficoltà nel reperire evidenze in grado di provare l’avvenuta esportazione (o cessione intracomunitaria).
A dettare il cambio di passo, ha spiegato Saporiti, sono stati però tre soprattutto tre fattori: il cambio di dirigenza che l’azienda ha vissuto circa tre anni fa, con la scelta del nuovo management di analizzare e mettere in discussione i diversi processi, la crescente necessità di essere sempre più vicini al cliente e poi lo scoppio della guerra in Ucraina, che ha fatto ancora di più emergere i problemi di tracciabilità delle spedizioni. Da qui la decisione di avviare un audit interno e una attività di formazione con l’obiettivo di mappare i flussi, definire ruoli e responsabilità e in ultima battuta valutare quali altre rese potessero fare al caso dell'azienda.
“Non abbiamo ancora individuato la resa del futuro, probabilmente partiremo con la Fca, che è quella che si discosta meno dalla ex works, nell’ottica di un approccio graduale” ha spiegato Saporiti. Nel dettaglio la resa free carrier (o franco vettore) prevede che il venditore consegni la merce al vettore nella sua sede o in un altro luogo concordato, e la carichi sul mezzo del vettore, provvedendo anche alla documentazione necessaria per la spedizione e al pagamento delle operazioni doganali.
Allo stato attuale, ha evidenziato la manager, Vibram – che nel frattempo si è dotata internamente di una esperta di questioni doganali – sta trattando questa possibilità con due clienti. “Nel futuro potremmo pensare anche di dotarci di un ufficio spedizioni interno” ha aggiunto Saporiti, evidenziando la necessità di avere maggiore controllo non solo sui flussi in uscita ma anche sulle importanti importazioni di materie prime necessarie per la produzione.
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Venezia, si chiude il confronto tra le Dogane mondiali
Fonte : Skyvape
09 dicembre 2023
Si è andato a chiudere nella giornata di ieri, a Venezia, l’89esimo summit dell’Organizzazione mondiale delle dogane.
Lo rende noto comunicato stampa della stessa Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
L’Omd, viene fatto presente dall’Ufficio stampa di Alesse, “ha deciso di rafforzare il suo impegno per rendere più sicure e omogenee le procedure doganali allo scopo di difendere gli interessi economici di ogni Paese membro”.
Durante la tre giorni, inoltre, si è dibattuto in modo dettagliato della riforma della governance dell’Omd.
Grazie alla sintesi delle posizioni espresse a Venezia da parte delle delegazioni dei Paesi partecipanti, infatti, si arriverà alla proposta di riforma dell’Organizzazione mondiale delle dogane che verrà discussa, a giugno, a Bruxelles.
“Solo un sistema doganale efficiente e condiviso – ha sottolineato il consigliere Roberto Alesse, numero uno dell’Agenzia - può essere in grado di proteggere gli scambi internazionali dai traffici illeciti e dalle frodi favorite, tra l’altro, dalla crescita esponenziale dell’e-commerce”.
L’appuntamento, fortemente voluto da Adm, è stato specificamente organizzato dalla Direzione Affari internazionali.
L’occasione, come già era stato anticipato dalla nostra testata, è stata utile per la struttura di Alesse per approfondire la discussione con singoli Paesi nell’ottica di concertare in modo più approfondito le relazioni con i “colleghi” e funzionari delle politiche doganali cinesi e statunitensi.
Poi era anche venuto il colloquio con le rappresentanze di Belgio e di Germania.
“Un’istituzione doganale unica a livello europeo – era in quella sede andato a sottolineare il consigliere - e di conseguenza una normativa uniforme in quest’ambito, renderebbe più competitiva l'Unione negli scambi commerciali, sarebbe garanzia di sicurezza per cittadini e imprese e consentirebbe di combattere con più efficacia l’illegalità alle frontiere dell’Europa.
E’ tempo di accelerare – si è quindi avviato a concludere il numero uno dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli - per arrivare prima possibile a quest’importante traguardo”.
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A Venezia il summit dell’Organizzazione Mondiale delle Dogane
Fonte : Italpress
06 dicembre 2023
Si è aperta a Venezia l’89esima policy commission dell’Organizzazione mondiale delle dogane. L’evento internazionale vede la partecipazione di 30 Paesi ed è stato organizzato dall’Agenzia delle dogane e dei Monopoli. L’OMD, nata nel secondo dopoguerra con l’obiettivo di prevenire controversie commerciali e facilitare gli scambi, si trova oggi ad affrontare sfide epocali. Durante la tre giorni si discuterà di come garantire il controllo doganale nei contesti geografici più difficili ed instabili. Di grande attualità anche il confronto sul tema delle Green Customs, dove l’impegno delle dogane si concretizza, oltre che in un deciso contrasto al traffico illecito dei rifiuti, nell’attuazione di politiche commerciali compatibili con la tutela dell’ambiente e procedure a ridotto impatto ambientale per contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.
“Sono orgoglioso che il nostro Paese ospiti un evento internazionale di tale portata. Ringrazio la Guardia di Finanza e la Marina militare che, insieme con il personale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, hanno reso possibile tutto ciò. L’Organizzazione mondiale delle dogane è stata sempre in grado di mettere allo stesso tavolo Paesi anche in disaccordo ma accomunati dall’impegno in una gestione virtuosa dei flussi commerciali. L’auspicio è che l’Organizzazione possa continuare a garantire il dialogo tra le parti”, così il direttore dell’ADM, Roberto Alesse.
Il Direttore dell’Agenzia delle dogane e dei Monopoli ha incontrato inoltre le delegazioni di Stati Uniti e Repubblica popolare cinese, lo fa presente nota Adm.
Durante l’incontro bilaterale con gli USA, Alesse ha affrontato il tema delle esportazioni e della tutela del made in Italy.
Gli Stati Uniti sono il secondo mercato di destinazione (dietro alla Germania) dei nostri prodotti ma sulle esportazioni pesa il fenomeno dell’Italian sounding, che identifica prodotti che, pur non essendo italiani, millantano l’origine del nostro Paese.
Nel corso dell’incontro bilaterale con la Cina è stata sottolineata l’importanza della cooperazione doganale.
Il nostro Paese vanta ottimi rapporti di collaborazione doganale con la Repubblica popolare cinese, suggellati da diverse intese ufficiali come, da ultima, la Dichiarazione congiunta dello scorso giugno.
A Venezia, quindi, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli e le dogane cinesi si sono impegnate al rafforzamento della loro cooperazione per dare nuovo impulso ai flussi commerciali.
“Servono dogane più moderne ed efficienti, a tutto vantaggio di cittadini e operatori economici, gli incontri con i miei omologhi di altri Paesi membri dell’OMD sono diretti a semplificare il commercio internazionale” così il direttore Alesse.
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In dirittura d'arrivo l'accordo tra UE e Mercosur
Fonte : Supply Chain Italy
01 dicembre 2023
L’Unione Europea e il Mercosur – la alleanza tra le principali economie del Sud America, che riunisce Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay – sono vicini alla firma di un accordo commerciale, in preparazione da due decenni, che potrebbe essere raggiunto sul fronte politico già la prossima settimana, nel corso di un incontro tra la presidente della commissione Europea Ursula von der Leyen e il leader brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva a margine della conferenza sul clima COP28 delle Nazioni Unite di Dubai. Lo riporta Bloomberg, citando fonti vicine al dossier. Secondo l’agenzia di stampa, il raggiungimento di una intesa tra le due parti, se si concretizzasse, sarebbe la più ampia della storia europea, e andrebbe a creare un mercato integrato di 780 milioni di consumatori (di cui 260 milioni sudamericani).
Secondo i dati forniti dalla stessa Commissione Europea, quello dei 4 paesi Mercosur è un mercato verso il quale nel 2018 si sono indirizzate merci europee per 45 miliardi di euro, verso il quale già esportano 60mila imprese Ue, ma tuttora caratterizzato da forti restrizioni che affliggono in particolare i prodotti chimici, farmaceutici, macchinari, tessili, auto, Ict, cioccolato e alcolici. Di conseguenza, a beneficare di una intesa – che eliminerebbe il 90% dei dazi dovuti attualmente sulle esportazioni, in alcuni casi dopo una fase di transizione – sarebbero dal lato europeo le aziende dell’agroalimentare, quelle che producono impianti e macchinari, farmaci, auto, equipment per i trasporti, tessili e abbigliamento, in particolare di piccole e medie dimensioni. Uno dei vantaggi sarebbe tra le altre cose il risoncoscimento da parte dei 4 paesi sudamericani delle indicazioni geografiche di circa 350 prodotti europei.
Il raggiungimento di un accordo secondo Bloomberg avrebbe però indirettamente come effetto anche quello dell’avvicinamento tra due macroregioni, in un momento caratterizzato da un’ampia competizione globale in cui Cina e Russia hanno cercato di farsi strada nelle Americhe. Sarebbe inoltre una vittoria per Bruxelles, che solo un mese fa ha dovuto incassare il fallimento dei negoziati per il concretizzarsi di una intesa di libero scambio con l’Australia.
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Riforma fiscale:
semplificazione procedurale per dogane, accise e gioco pubblico
Fonte : Lavorofisco.it
Nell’ambito dell’esame parlamentare del disegno di legge di delega al Governo per la riforma fiscale, si è svolta il 24 maggio, alle ore 14.00 presso la commissione Finanze della Camera dei deputati l’audizione informale del Direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Cons. Roberto Alesse.
Nel suo intervento, il Direttore dell’Agenzia ha premesso che la riforma fiscale costituisce una importante opportunità per affrontare temi complessi che richiedono significativi interventi strutturali per favorire il bene dei cittadini e del sistema produttivo.
Nel particolare, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, attraverso l’attuazione della delega legislativa, potrà contribuire all’adeguamento della normativa nazionale al diritto dell’Unione Europea, e attuare una significativa semplificazione procedurale nei settori delle dogane, delle accise e, non da ultimo, del comparto del gioco pubblico.
Si intende nello specifico:
– riallineare il Testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale (TULD) alla disciplina del Codice Doganale dell’Unione in vigore dal 2016, tutelando oltre agli interessi finanziari della UE e nazionali, primari interessi di rango costituzionale, come la salute e la sicurezza dei cittadini, il mercato interno e l’ambiente;
– prevedere per gli operatori una semplificazione degli adempimenti tributari in misura direttamente proporzionale al grado di compliance che gli stessi riescono ad assicurare all’Amministrazione finanziaria;
– avvalersi di nuove forme di intelligenza artificiale, individuando efficienti modalità di gestione della notevolissima mole di dati in possesso dell’Agenzia e facilitare l’import-export per concorrere allo sviluppo del sistema Paese, ottimizzando, al contempo, lo Sportello Unico delle Dogane e dei Controlli (Su.Do.Co.) che garantirà la completa interoperabilità dei sistemi informativi e lo scambio di informazioni tra gli attori pubblici;
– rivedere e riordinare le disposizioni per il settore delle accise contenute nel Testo unico delle accise (TUA – decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504) per consentire una ridefinizione della tassazione dei prodotti energetici, sia con riferimento alla misura delle aliquote normali che all’applicazione delle agevolazioni, favorendo i prodotti energetici con minore impatto ambientale;
– verificare, per il settore dei tabacchi, parametri strategici come la solvibilità e l’affidabilità economico-finanziaria degli operatori, al fine di ridisegnare il sistema delle cauzioni, in una prospettiva di omogeneizzazione delle procedure che consenta all’Agenzia una maggiore elasticità nelle proprie valutazioni di competenza, anche con riferimento ai nuovi prodotti, come le “nicotine pouches”, per i quali occorre evitare eventuali vuoti di regolamentazione, potenzialmente forieri di criticità;
– assicurare in primis, nel comparto dei giochi, la tutela della salute, riducendo il rischio di insorgenza delle ludopatie attraverso specifiche misure di salvaguardia, rilanciando una efficace concertazione tra Stato, Regioni ed Enti locali circa la pianificazione della dislocazione territoriale dei luoghi fisici di offerta di gioco e con il conseguente riordino delle reti di raccolta;
– individuare nuove forme di collaborazione interforze, sia nelle attività investigative che nel controllo dei flussi finanziari e del territorio per ottenere risultati degni di nota nel contrasto all’illegalità e soprattutto alla criminalità organizzata.
“La finalità complessivamente perseguita con la delega – ha dichiarato il Direttore Generale di ADM, Cons. Roberto Alesse – è quella di valorizzare il servizio reso dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli agli operatori ai quali deve essere assicurata, nella operatività quotidiana, efficienza dell’azione amministrativa, razionalizzazione dei processi ed omogeneità delle procedure su tutto il territorio nazionale”.
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Riforma dell’unione doganale UE, le proposte della Commissione
Fonte : Eco internazionale
Lo scorso 17 maggio, la Commissione europea ha presentato una serie di proposte per una riforma dell’unione doganale volta a modernizzare l’impianto normativo.
Le proposte di riforma dell’unione doganale, presentate dalla Commissione europea lo scorso 17 maggio, costituiscono il frutto di un dibattito politico instauratosi nel settembre del 2021. A tale periodo, infatti, risale la nomina del “Gruppo di Saggi sulle Sfide per l’Unione Doganale” (Wise Persons Group o WPG), composto da membri della politica, dell’industria, del commercio e del mondo accademico.
Si tratta di una nomina avvenuta su impulso del Commissario per l’Economia Paolo Gentiloni, con l’obiettivo di individuare soluzioni adeguate in grado di rendere l’unione doganale medesima efficace nei confronti delle sfide attuali, quali i crescenti volumi e i nuovi modelli commerciali, gli sviluppi tecnologici, la transizione verde, il contesto politico fluido e i rischi per la sicurezza.
Per tali ragioni, il 31 marzo 2022, il WPG raccoglieva i propri lavori all’interno di una Relazione, nella quale proponeva l’attuazione di un novero di misure – come un pacchetto di riforme in materia di processi, responsabilità e governance dell’unione doganale – entro il 2030, nonché segnalava la sussistenza di un grave problema legato alla mancanza di un elenco comune di norme in materia di divieti e restrizioni.
Cos’è l’unione doganale?
Per comprendere le ragioni sottese all’instaurazione dell’unione doganale, avvenuta nel 1968, bisogna risalire all’entrata in vigore del Trattato di Roma del 1958. Con il medesimo, infatti, gli allora Stati membri delle Comunità Europee – Italia, Germania, Francia, Olanda, Belgio e Paesi Bassi – individuavano un obiettivo fondamentale per la costruzione comunitaria, ossia il mercato comune.
Il raggiungimento di tale obiettivo richiedeva, preliminarmente, l’eliminazione delle barriere commerciali tra gli Stati membri, al fine di incrementarne la prosperità economica e di contribuire alla realizzazione di «un’unione sempre più stretta fra i popoli europei», per come descritta nel Trattato. In tale prospettiva, l’unione doganale costituisce, dalla sua istituzione, lo strumento tramite il quale agevolare gli scambi commerciali per le imprese, armonizzare i dazi doganali sui beni provenienti dai Paesi extra UE, nonché contribuire a proteggere i cittadini, gli animali e l’ambiente europei.
Basti pensare che, nel 2020, il valore degli scambi dell’Unione con altri Stati aveva raggiunto quota 3.700 miliardi di euro e la relativa gestione aveva richiesto l’impiego di oltre 2.000 uffici doganali dell’UE, i quali si erano occupati di importazione, esportazione e transito di oltre 1.069 milioni di articoli. Se a quanto detto si aggiunge, inoltre, che il flusso di entrate, in termini di dazi doganali riscossi nel 2020, ha raggiunto 24,8 miliardi di euro, si comprende come l’Unione costituisce il 15 per cento del commercio mondiale e come la stessa unione doganale rappresenti un caposaldo nevralgico del mercato unico, nonché garanzia per la sicurezza delle frontiere comunitarie.
Le proposte di riforma dell’unione doganale
Come si può evincere da quanto descritto in precedenza, l’abolizione delle barriere dei singoli Stati membri ha comportato la creazione di un’unica frontiera, nell’ambito della quale le autorità doganali di tutti i Paesi UE collaborano come se fossero un’unica entità: nel dettaglio, applicano le stesse tariffe alle merci importate nel loro territorio dal resto del mondo, mentre non le applicano fra di loro, proprio perché appartenenti al medesimo mercato comune.
Sulla scorta di ciò e muovendo dai lavori del WPG, lo scorso 17 maggio, la Commissione europea ha presentato alcune proposte di riforma dell’unione doganale, rendendola più resiliente alle sfide della trasformazione digitale e della transizione verde, con un focus particolare dedicato alle frodi legate al fenomeno dell’e-commerce.
Nel dettaglio, si prevede una notevole semplificazione delle procedure doganali, con la sostituzione delle dichiarazione tradizionali onerose con un approccio più smart e innovativo basato sui dati e sulla valutazione adeguata delle importazioni. A tal scopo, le autorità doganali verranno potenziate con tutti quegli strumenti e quelle risorse utili per poter determinare il grado di rischio reale che i prodotti importati possano comportare non per i consumatori degli Stati membri, ma altresì per l’economia e per l’UE nel suo complesso.
Perché una riforma dell’unione doganale?
Dall’era della sua istituzione, nel 1968, l’unione doganale ha costituito l’elemento centrale di un mercato comune che ha subito diverse evoluzioni, anche grazie alla revisione dei Trattati istitutivi. Concentrando l’attenzione sull’attualità, si assiste alla crescita insistente delle pressioni cui le frontiere UE sono soggette, come la sempre maggiore pervasività dell’e-commerce, l’aumento delle norme comunitarie che devono essere verificate alle frontiere medesime e l’evoluzione delle realtà e delle crisi geopolitiche.
Per tali ragioni, si è ritenuto necessario optare per un ripensamento dell’unione doganale, stavolta in grado di semplificare e razionalizzare gli obblighi di dichiarazione doganale per gli operatori, ad esempio riducendo i tempi necessari per completare i processi di importazione, mettendo a disposizione un’unica interfaccia UE e facilitando il riutilizzo dei dati.
Il Centro Doganale Digitale Europeo
Motore e fulcro del sistema sarà costituito da un Centro Doganale Digitale Europeo, presieduto da un’autorità doganale dell’Unione nuova e che andrà a sostituire l’attuale struttura informatica doganale esistente negli Stati membri dell’UE, consentendo di risparmiare fino a 2 miliardi di euro all’anno in costi operativi.
Tale Centro rappresenterà l’ambiente online comune nel quale le imprese che intendono introdurre le rispettive merci nell’Unione potranno registrare tutte le informazioni sui prodotti e sulle catene di approvvigionamento; una tecnologia che consentirà alle autorità – mediante la combinazione tra apprendimento automatico, intelligenza artificiale e intervento umano – di prendere completa visione dell’operato delle imprese, secondo un criterio di maggior trasparenza.
A tal riguardo, inoltre, le proposte della Commissione europea prevedono la circolazione di merci nel territorio UE senza alcun intervento doganale attivo in favore degli operatori commerciali “Trust and Check”, ossia quelli maggiormente affidabili i cui processi operativi e catene di approvvigionamento risultano completamente trasparenti.
Un approccio innovativo all’e-commerce
Un’importante innovazione prevista dalle proposte avanzate dalla Commissione europea riguarda l’e-commerce. Nel dettaglio, viene riconosciuto un ruolo centrale alla piattaforme online nel garantire che le merci che vengono vendute proprio attraverso questo canale nell’UE risultino conformi a tutti i relativi obblighi doganali. Si tratta, come si evince, di un’importante innovazione che cambia – se non ribalta – il vecchio sistema, dove era il consumatore o il vettore ad assumersi la responsabilità dei dazi.
La nuova struttura sposterà l’ago della bilancia in favore del consumatore, il quale non dovrà più far fronte a costi occulti o richieste di documenti non previsti al momento dell’arrivo del pacco, poiché ogni onere legato ai dazi doganali e all’IVA dovrà essere assolto dalle piattaforme online al momento dell’acquisto.
Come precisato da Paolo Gentiloni: «L’unione doganale dell’UE è stata al centro dell’integrazione europea negli ultimi 55 anni. In risposta alle nuove sfide e minacce, oggi ci dotiamo di un altro strumento per accelerare i flussi commerciali e sostenere la ripresa economica. Questa riforma di ampio respiro ridurrà la burocrazia e i costi di conformità per le imprese, creerà maggiore trasparenza e certezza per i cittadini dell’UE che effettuano acquisti online e introdurrà processi più semplici e innovativi per le autorità».
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Brexit, perchè l’isolazionismo non paga
fonte Wall Street Italia
23 Maggio 2023
di Angelo Lucarella, avvocato, saggista, editorialista
Qualche giorno fa Nigel Farage, membro del Brexit Party e leader del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito dal 2010 al 2016 (e prima ancora dal 2006 al 2009), ha attribuito il fallimento della Brexit al partito britannico dei Tory (si tratta di un partito a tendenza tradizionalistica, conservatrice e filo-monarchico che a partire dal 1830 cambiò nome nell’attuale conservative posizionandosi a destra).
A parte questa precisazione storica che serve a comprendere lo stato politico a cui Farage fa riferimento, c’è da considerare che il fallimento della Brexit è prima di tutto economico.
Il fallimento economico della Brexit
I dati dell’Oec (Observatory of economic complexity) al 2021 consolidano Londra come regina della importazione. È questo un elemento di valutazione che va slegato rispetto alla tradizione storica colonialista nel senso che la Brexit, nell’idea di Farage e company, avrebbe dovuto portare più produzione interna unita al consolidamento indiretto ed implicito della UK tra i potenti del mondo (nel senso “se produco a casa mia, non ho bisogno di altro”).
Ovviamente quest’ultimo passaggio sta a voler dire che un conto è la Gran Bretagna ed altro conto è la UK (United Kingdom è composta da Gran Bretagna più Irlanda del Nord e territori d’oltremare): la Brexit ha interessato il primo caso.
Tuttavia le valutazioni interessanti sono su UK (come macro sistema-area). Come accennato, i dati Oec al 2021 descrivono, a livello comparativo, una UK-mercato-garantito nel senso che la moneta reale “segue la realtà del mercato” costituito dai Paesi sotto impero.
Questo concetto, nella dimensione macro-dimensionale del rapporto con altre monete, ha consentito e consente tuttora a Casa Windsor di garantire alla sterlina il posizionamento mondiale tra le dieci monete più forti. Si pensi per un attimo che euro e dollaro costano più della sterlina britannica (al quinto posto sterlina, al nono euro e al decimo il dollaro).
La garanzia monetaria della sterlina britannica, ad oggi, non consiste solo nella sostenibilità delle importazioni a fronte della produzione interna nella considerazione che importare costi meno che produrre, ma nei risultati differenziali che il mercato interno (specie quello finanziario) riesce a conseguire con gli investimenti di rendita (titoli pubblici, banche con interessi e attività in altri Stati, ecc.).
La Brexit, quindi, fidava del fatto che la maggiore indipendenza decisoria (tornando così ad una perfetta indipendenza del sistema basata verso l’esterno sulle tradizionali convenzioni internazionali e sugli accordi bilaterali) ampliasse il potere britannico su scala mondiale generando effetto ancora più concorrenziale all’Unione Europea ed agli Stati Uniti.
Le riserve auree
Su quest’ultimo fronte invece, chi ha spinto per la Brexit, probabilmente non ha fatto i conti con le riserve auree. I dati del World Gold Council, al 2020, hanno attribuito il primo posto a livello mondiale agli USA, mentre UK non è neanche tra le prime 9 in classifica essendo superata per giunta da Germania, Italia, Francia, Russia, Cina, Svizzera, Giappone ed India.
Ebbene, sapendosi che le riserve auree hanno la funzione di rafforzare la fiducia nella stabilità del sistema finanziario e della moneta, si da il caso che l’importanza della sterlina britannica non è, come dimostrato, nell’oro ma nei giochi di forza consegnati dalla storia (il colonialismo) e nella capacità di marginalizzare i rapporti finanziari (il post-colonialismo).
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, proprio la marginalizzazione finanziaria ha consentito e permesso alla sterlina di rimanere garante di un sistema-Paese che ha fatto della contaminazione di mercato la propria forza strutturale (che si traduce in migliore competitività in termini di attrazione finanziaria). Senza trascurare, in ultimo, i dati del Fondo Monetario Internazionale al 2022 riguardo ai Paesi con il più alto debito pubblico al mondo: al primo posto c’è il Giappone che è, come visto, tra i 9 Paesi con più riserve auree. Non c’è UK tra i primi dieci posti per debito pubblico.
Tutto ciò sta a rappresentare un fatto ovvero che la corona britannica garantisce il mercato interno e l’apprezzamento monetario grazie al fatto che il debito pubblico è basso e che le marginalizzazioni sono sufficienti (e corpose) a poter fronteggiare il livello di importazioni.
C’è un però. Il sistema regge se i Paesi da cui maggiormente UK importa non hanno moneta che si apprezzi a tal punto da rendere competitiva (e perciò non conveniente) la scelta di acquisto.
Sempre i dati Oec piegano la Brexit all’evidenza empirica: gli Stati da cui gli UK importano maggiormente sono Cina, Germania, Stati Uniti d’America, Olanda e Norvegia; mentre i Paesi verso cui maggiormente esporta sono USA, Germania, Olanda, Irlanda e Svizzera.
E qual è il bene più trafficato nel gioco dare-avere di cui sopra? L’oro che è il primo bene importato ed il secondo esportato.
Da dove importa oro UK? Anzitutto dalla Russia, poi da Usa, Canada, Svizzera e Kazakhstan e viene esportato nuovamente alla Svizzera, Emirati Arabi, Germania, Singapore e Spagna.
L’Ocse al 2021 ha certificato il peggior risultato di Pil (e il Covid poco c’entra) per UK da quando c’è stata Brexit guarda caso rispetto ai Paesi da cui maggiormente importa oro (USA e Svizzera in primis).
Si può intuire una sorta di interdipendenza funzionale a cui l’isolazionismo puro non potrà mai rispondere positivamente.
La Brexit, in definitiva, ha fallito? Senz’altro sul piano economico-finanziario dato che l’isolazionismo di cui sopra non è garantito da tutto l’oro del mondo.
E con i porti nord europei più vicini a Pechino, anche Londra rischia di dover marginalizzare sottotraccia sui Paesi interessati dalla via della seta.
Secondo le prime stime dell’Office for National Statistics (Ons), le esportazioni britanniche verso l’Europa sono diminuite del 75% a gennaio 2021 rispetto a dicembre 2020 per quanto riguarda i prodotti alimentari e del 25% nel settore medico. Sicuramente anche la pandemia ha influito sulla bilancia di import/export, ma resta il fatto che la Brexit ne ha giocato un ruolo fondamentale.
Avendo perso l’accesso al mercato unico dell’Ue e alla sua vasta rete di accordi commerciali con paesi terzi, il Regno Unito ha pertanto iniziato a negoziare nuovi accordi commerciali con paesi al di fuori dell’Ue. Finora, ha concluso accordi commerciali con diversi paesi, tra cui Giappone, Canada e Singapore, recentemente anche con la Svizzera. Tuttavia, questi accordi non hanno ancora compensato completamente la perdita di accesso al mercato unico dell’Ue, che rappresenta il principale mercato di esportazione del Regno Unito.
Tra tutti i paesi dell’Ue, la relazione con l’Irlanda è stata quella più fortemente compromessa in questi anni. L’Irlanda è un membro dell’Ue, ha un confine terrestre con il Regno Unito attraverso l’Irlanda del Nord ed è sempre stata uno dei principali partner commerciali del Regno Unito. Prima della Brexit, c’era una forte integrazione economica tra le due parti, ma dopo la Brexit sono stati introdotti controlli doganali sul confine tra l’Irlanda del Nord (che fa parte del Regno Unito) e la Repubblica d’Irlanda (che fa parte dell’Ue), il che ha creato un’incertezza economica significativa per le imprese che operano in entrambe le parti dell’isola.
Tuttavia, ad un paio di settimane dalla firma del Windsor Framework, che regola gli scambi commerciali tra l’Irlanda del Nord e l’Ue e che ha finalmente ricollegato l’Ue e il Regno Unito, si è vista una ripresa delle vendite all’esportazione di alimenti e bevande. La maggior parte delle categorie ha superato i livelli pre-pandemici, raggiungendo la cifra record di 24,8 miliardi di sterline (poco meno di 28 miliardi di euro). Le esportazioni verso l’Europa sono aumentate del 22%, raggiungendo 13,7 miliardi di sterline (oltre 15,4 miliardi di euro), e anche i mercati in via di sviluppo hanno fatto bene, con economie in rapida crescita come il Vietnam che sono quasi raddoppiate. Per la prima volta, le esportazioni verso i mercati extra-Ue hanno superato la barriera dei 10 miliardi di sterline, raggiungendo gli 11,1 miliardi di sterline (oltre 12,5 miliardi di euro).
Ma le conseguenze della Brexit non sono terminate: l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea ha introdotto importanti cambiamenti per gli operatori, anche dal punto di vista della marcatura di conformità per i prodotti destinati al mercato inglese. Dal 1° gennaio 2021, è entrata in vigore una nuova tipologia di marcatura denominata Uk Conformity Assessed (Ukca), che attesta che i beni sono stati realizzati rispettando gli standard di sicurezza e di conformità previsti dal Regno Unito. È previsto però un periodo transitorio fino al 31 dicembre 2024 e l’obbligo di utilizzare il marchio Ukca è stato rinviato al 2025, consentendo così alle aziende la scelta tra l’utilizzo del marchio Ukca piuttosto che di quello Ce. Le aziende, quindi, godranno ancora di una rilevante flessibilità in merito al contrassegno da applicare.
In conclusione, si può dire che il commercio internazionale con il Regno Unito è stato radicalmente influenzato dalla Brexit, con conseguenze per le imprese e i consumatori di tutto il mondo. Sono state introdotte nuove barriere commerciali tra il Regno Unito e l’Ue, ma anche nuove opportunità di commercio con paesi al di fuori dell’UE. Ciò nonostante, l’Office for Budget Responsibility (Obr) ha sottolineato che, a seguito della Brexit, gli scambi commerciali del Regno Unito hanno subito un impatto negativo. In particolare, nel lungo termine, sia le importazioni che le esportazioni saranno inferiori di circa il 15% rispetto al numero di operazioni che il Regno Unito avrebbe potuto effettuare se fosse rimasto nell’Unione europea. Questi dati sono confermati anche dall’andamento dell’economia reale, dato che le esportazioni del Regno Unito verso l’Unione europea sono diminuite del 16% alla fine del 2022. Inoltre, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, nel 2023 il Regno Unito sarà l’unico paese del G7 con una crescita negativa (-0,6%), e tra i paesi del G20 crescerà meno, insieme alla Russia.
Tuttavia, la situazione è ancora in evoluzione e le conseguenze a lungo termine della Brexit sul commercio internazionale rimangono ancora incerte. In questo contesto, occorre notare che i nuovi accordi commerciali sottoscritti dal Governo del Regno Unito con i paesi extraeuropei non hanno portato vantaggi concreti, poiché si limitano a replicare gli accordi di cui il Regno Unito poteva già beneficiare in quanto Stato membro dell’Ue. A seguito dell’approvazione definitiva da parte del Consiglio dei Ministri delle modifiche al Testo Unico Doganale (TULD), che segue di un anno la Legge delega fiscale, emergono alcune criticità che pongono il testo in contrasto con la direzione che l’Unione Europea sta prendendo a seguito dell’approvazione della Riforma dell’Unione Doganale.
L’analisi del nuovo schema di decreto legislativo – che introduce disposizioni complementari al Codice Doganale dell’Unione e una revisione del sistema sanzionatorio in materia di accise e imposte indirette – lascia emergere una serie di problematiche che rischiano di aggravare, piuttosto che semplificare, il rapporto tra imprese e dogane.
“Abbiamo osservato una disconnessione tra il testo e la realtà operativa delle aziende. La normativa, seppur ambiziosa nelle intenzioni, sembra orientata più a servire le esigenze dell’amministrazione flnanziaria che a sempliflcare le attività delle imprese. Si tratta di un approccio che ordina, piuttosto che dialogare con chi opera sul campo”, affermano Lucia Iannuzzi e Paolo Massari, consulenti doganali co-fondatori delle società di consulenza C-Trade e Overy.
Il Direttore Generale dell’Agenzia delle Dogane, Roberto Alesse, ha descritto la riforma come un “ponte verso l’Europa”. Ed in effetti l’Europa, con l’approvazione lo scorso anno della Riforma dell’Unione Doganale ha segnato una svolta verso la digitalizzazione e semplificazione dei processi, la centralizzazione delle informazione grazie ad un data hub in grado di raccogliere e rendere facilmente reperibili dati con margini di errore minimi, l’apertura verso l’e-commerce, con una tassazione agevolata per prodotti con un valore relativamente basso.
Come si muovono invece le nuove disposizioni che modificano il Testo Unico nazionale?
Le modifiche al testo unico inaspriscono le sanzioni del contrabbando per dichiarazioni infedeli o omesse, non tenendo conto delle complessità operative del commercio moderno.
L’inclusione dell’IVA tra i cosiddetti “diritti di confine”, appare in contrasto con l’orientamento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che fin dal 1988 ha chiarito che l’IVA non dovrebbe essere considerata un diritto di confine.
“La nuova normativa agisce sull’oggetto – l’imposta – anziché sul soggetto responsabile, e ciò crea un potenziale conflitto con le giurisdizioni europee, complicando ulteriormente la vita delle aziende”, spiegano i consulenti.
Un altro aspetto critico riguarda le importazioni di beni destinati a Paesi UE, per le quali la dogana potrà richiedere garanzie che verranno trattenute se non verrà fornita entro 45 giorni la prova documentale dell’avvenuto trasferimento. “Questa disposizione sembra riproporre dinamiche operative ormai superate, con il rischio di un ritorno alla rigidità burocratica del 1993”, sottolineano Iannuzzi e Massari.
“La strada verso l’Europa richiede una dogana più snella, aperta e allineata con le esigenze del tessuto produttivo nazionale”, aggiungono i due esperti.
E in effetti, al tessuto economico del nostro Paese serve una riforma che rappresenti un passo avanti verso una dogana moderna, che cooperi con le imprese e che riconosca il valore della formazione continua e della competenza pratica. Le nuove disposizioni, invece, sembrano mantenere lo status quo, innalzando barriere e ostacoli amministrativi.
Si attende ora la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, nella speranza che modifiche dell’ultimo minuto possano migliorare un testo problematico.
“Cambiare mentalità logistica alle industrie italiane sulla resa di vendita Ex-works”
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